La pioggia e l’orgoglio

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Un pomeriggio d’inizio giugno come tanti altri. Fa caldo, nonostante il tempo della mattina sia stato variabile. Esci di casa tranquillo per tornare a lavoro, o dirigersi verso qualunque tipo di occupazione, magari senza aver nemmeno presso l’ombrello. Tanto sono solo nuvole passeggere, pensi. Poi, verso le cinque, una bella scrosciata d’acqua, un classico temporale primaverile, nulla di preoccupante, tra mezz’oretta passa tutto, dici, e così è, ma è solo un antipasto di quell’inferno di pioggia e grandine che si sta per scatenare.

Ore 19. Inizia il diluvio. Una cascata direttamente dal cielo si riversa su Grosseto, trasformando le strade in fiumi, i sottopassaggi in gorghi e le corsie dei garage in piscine. Come un onda di piena, che investe tutto ciò che si trova davanti e lo porta via con sé, ma questa volta l’Ombrone non c’entra. Le automobili, come barche, cercano di navigare attraverso questi canali d’asfalto, per riportare in sicurezza i loro equipaggi: quelle che rimangono in moto sembrano quasi galleggiare, con l’acqua che arriva alle portiere; le altre si piantano come relitti, e vengono abbandonate dai passeggeri naufragati.

Nessuna zona della città viene risparmiata, ogni quartiere ed isolato è sommerso. La ferrovia la divide in due, e le persone che abitano dall’altra parte sono costrette ad attraversare i binari con l’aiuto delle forze dell’ordine. Anche il centro è come una palude, con via Mazzini come immissario e Piazza san Michele come bacino. Sembra un film del filone catastrofico, un The Day After Tomorrow (2004, Roland Emmerich) in presa diretta, un incubo che diventa realtà. Ma è un film già visto due anni fa, per non parlare dell’alluvione del 1966 (e tutte le precedenti), della quale si ricorda il cinquantennale proprio in questo anno. Una paura che si rinnova.

Anche io ho rischiato di non poter tornare a casa. Ero al Grafico mentre veniva giù il finimondo. Avevo la macchina nel piazzale, ormai divenuto un lago, e per raggiungere la pedana sollevatrice ho quasi bagnato il motore ed i circuiti della carrozzina. Salito su mi sentivo in salvo, ma non era finita lì: l’acqua in via de’ Barberi aveva raggiunto il livello del giardino, ed un’auto si era bloccata davanti al cancello, spenta. Per fortuna il proprietario era riuscito a spostarla a spinta e che ho un furgone bello alto.

Adesso è il tempo della conta dei danni e siamo sicuri che non riceveremo aiuto esterno, come sempre. Dovremmo rimboccarci le maniche e contare solo sulla nostra forza, per rialzarci. E sono convinto che, ancora una volta, riusciremo a farlo. In Maremma siamo abituati a risolvere i problemi, non a lamentarci.

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